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Le mura trecentesche

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LE MURA TRECENTESCHE


Cosa c'è di più statico, immobile, apparentemente immutabile? Eppure, esse sono in realtà un elemento quasi vivo, nel senso che, a parte la necessità di ripararne di continuo i danni provocati dall'usura del tempo e dall'uomo, dovevano adattarsi ai continui progressi della poliorcetica ossia della tecnica d'assedio.

LE TORRI


La caratteristica più notevole della parte carrarese della cinta muraria è rappresentata dalle 24 torri. In pieno trecento non si può prescindere ormai dall'uso di robuste torri che consentono osservazione e tiro migliori e la possibilità di prendere il nemico di infilata mentre cerca di scalare la cinta, cosa non molto agevole se le torri mancavano o si staccavano solo di poche decine di centimetri dalla linea del muro.

La distanza fra l'una e l'altra è da 50 a 63 metri, ma soltanto di 45 metri ai lati di porta San Zeno: essa era calcolata in guisa che le frecce scagliate dai fianchi sporgenti potessero incrociarsi, e interdire la muraglia agli attacchi.. L'anomala forma è esagonale, al di là dell'indubbia efficacia difensiva, rispondeva a criteri non solamente pratici, e in ogni caso dà un effetto estetico unico.

In realtà, si discusse molto nel medioevo e si sperimentò molto prima di arrivare alla forma ideale della torre: quelle a pianta quadrata, che si vedono in genere nelle vicine città murate, presentavano un certo vantaggio dal punto di vista dell’abitabilità interna, ma avevano il grave difetto di lasciare, agli angoli, zone morte per i tiratori. Le torri sono un po' più spesse del muro di cinta e sporgono per più di tre metri dalla linea del muro. La loro altezza è di m. 18-19 (uno in più per la torri angolari).

La muratura delle torri apparisce slegata dalla muratura della cortina: torri e cortina si appoggiano a vicenda, tra sé collegate con morse: si ricava che la costruzione ne fu bensì contemporanea, ma indipendente. Esaminiamole un po' da vicino; all'esterno, notiamo la corona di otto merli, di cui i due rivolti verso la città hanno una funzione più estetica che militare vera e propria, ma aiutano a rafforzare la parte alte della struttura.

Si possono notare le feritoie, e già qui possiamo anticipare che ad ogni linea di aperture corrisponde un piano; meritevole di attenzione la caditoia che fungeva da latrina, con il suo bello scivolo che dava direttamente sul fossato; in alcune delle torri trasformate in abitazioni è stato usato fino a non molto tempo fa come scarico delle immondizie. Le torri non si distinguono all'apparenza, in quanto la tipologia è identica, ma se proviamo a misurarle, osserviamo che le quattro angolari, che devono reggere la spinta delle pilastrate senza potersi appoggiare a nulla, hanno un perimetro maggiore (si passa da 22 a 26 metri) e un'area di 9 mq. più estesa.

Osserviamo ora dall'interno: l'originaria travatura dei tre piani è ovviamente andata perduta, ma anche qui ci aiutiamo con i fori dove erano infissi i pali che reggevano i piani. Possiamo chiederci la ragione per cui la torre, ermeticamente chiusa verso l'esterno con uso minimo di parti in legno, sia qui completamente aperta e non si badi molto al materiale ligneo.

Il fatto è che il pericolo del fuoco si supponeva potesse venire solo da proiettili incendiari lanciati dall'esterno, mentre una minaccia reale era che un nemico, conquistata in qualche modo una torre, vi si potesse asserragliare con grave pericolo per l'intera difesa; così invece l'ipotetico ardito avversario rimanere esposto al tiro micidiale degli arcieri e dei balestrieri che dal pomerio non avrebbero avuto ostacoli ad infilzare l'occupante. Non si esclude che le torri della cinta e dei castelli avessero dei tetti. Essi appaiono da un disegno di Luca Zappati, datato 1566. La distanza fra l'una e l'altra è da 50 a 63 metri, ma soltanto di 45 metri ai lati di porta San Zeno: essa era calcolata in guisa che le frecce scagliate dai fianchi sporgenti potessero incrociarsi, e interdire la muraglia agli attacchi..

La muratura delle torri apparisce slegata dalla muratura della cortina: torri e cortina si appoggiano a vicenda, tra sé collegate con morse: si ricava che la costruzione ne fu bensì contemporanea, ma indipendente. Due tronconi esagonali di torre furono scoperti nel vallo di ponente, a nord del castello degli Alberi, l'uno nel 1910 circa, l'altro nel 1948; un terzo troncone, pure esagonale e pure nel vallo di ponente, ma a mezzodì del castello, nel 1948. Sono di tipo carrarese. Si trovarono anche basi di pilastrate per fornici. Pensiamo che tra il 1340 e il 1360 si sia voluto rinforzare quel tratto di muro risalente al 1275, ma poi nel corso delle opere, mutato consiglio, si sia desistito.

IL CAMPANILE E PORTA VICENZA

Due torri un po' particolari sono il Campanile e Porta Vicenza. La zona in questione prendeva anticamente il nome di Borghetto, e non è escluso che fosse rimasta più a lungo all'esterno della cinta muraria. Identico nome (Torre del Borgo) aveva questa torre, che è il vertice del rozzo pentagono costituito dalla cinta muraria; torre quasi-angolare, quindi, ma solo un po' più estesa delle torri normali. Qui già nel 1504 troviamo che era stata aperta una breccia (la porta detta Nuova), per facilitare le comunicazioni con il convento degli zoccolanti e con il porticciolo fluviale sul Fiumicello-Frassine.

Chiusa per il sopraggiungere degli eventi bellici legati alla Guerra di Cambrai, venne poi riaperta e sappiamo che nel 1595 veniva restaurato il corrispondente ponte, che divenne in mattoni nell'anno 1700. Un rivestimento sporgente circonda la torre nel suo lato esterno, correndo alla stessa altezza delle cortine; i merli cercano di imitare quelli medioevali, ma sono più sottili e stretti; anche le feritoie copiano in qualche modo quelle originali. Il campanile: si tratta di una torre dalla forma e dimensioni consuete. In un primo momento, la loggia delle campane doveva trovarsi in corrispondenza del primo innalzamento, con la base appena sopra il cammino di ronda; fra il 1602 e il 1603 sappiamo che venne innalzata. La loggia ha verso l'interno una bella bifora con balaustra in pietra.

Le finestre riproducono i sottostanti parapetti della merlatura, incorporata dal muro del campanile. Sopra il tetto, otto cuspidi ornate di sfera e croce.

LE MURA NORD E SUD

Il tratto di mura che abbiamo visto caratterizzato dalla presenza delle torri, si mostra differente anche per molte altre caratteristiche. Colpisce in primo luogo una certa diversità nella colorazione, spiegabile con l'uso di materiale composito al posto del laterizio dei tratti ovest ed est. Questo è formato da strati di trachite proveniente ai Colli Euganei e usata in blocchi grezzi, mattoni e scaglie di pietra calcarea. Il mattone è impiegato più largamente, fino a prevalere, negli spigoli delle torri, nei pilastri, nei merli. All'esterno, nella parte sud, si conserva traccia dell'originale intonaco, scomparso invece nel tratto a tramontana. Lo spessore è vario, a seconda dei punti, ma in media è di poco inferiore al metro.

 

 

L'altezza delle mura varia dai 6 metri e 30 agli otto metri, cui vanno aggiunti, però, m. 1,20 di parapetto e m. 1,80 di merlatura. Le fondamenta si spingono sotto il suolo per un paio di metri. I merli, spessi 42 cm., larghi 130-140 cm. per un’altezza di cm. 180, sono di tipo guelfo, vale a dire che il bordo superiore non presenta il caratteristico incavo a coda di rondine dei merli ghibellini. Le feritoie sono poste ad altezze diverse, per avere agio di usare l'arco o la balestra.

A metà di ogni cortina, manca un parapetto; non si tratta di una coincidenza, anche perché risulta accuratamente scalpellato; probabilmente, era uno spazio lasciato per un a macchina da guerra, forse una balista. Un altro elemento che colpisce immediatamente, è il fatto che il camminamento è sorretto da una pilastrata che racchiude ampi spazi, utilizzati come canipe, vale a dire magazzini nei quali gli uomini del contado avevano il diritto di portare i loro beni per salvarli dal saccheggio del nemico.

Si rilevano ancora sul fianco dei pilastri i fori d'appoggio dei palchi. È curioso notare il foro ovoidale che compare a tratti alterni lungo quasi tutta la cinta; vi fu evidentemente l'intenzione di aprire un provvisorio passaggio pedonale che venne accuratamente otturato quando la struttura difensiva divenne pienamente operativa.

Nel camminamento eventualmente, anche se non se n'è trovata traccia, poteva esserci un parapetto, per evitare accidentali cadute dei difensori.

Ultimo aggiornamento Domenica 04 Gennaio 2009 10:05
 

La casa dei Gattesco da Narni

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Il fabbricato contrassegnato al n. 25 di via Borgo Eniano, adiacente al nucleo edilizio del Borgo Veneziano, denuncia l'epoca di fine quindicesimo secolo e per tale struttura trova riferimento tipologico importante nello stesso centro storico.

Si estende per una lunghezza di mt. 33 e presenta l'altezza di mt. 8,30, poggiando su un piano rialzato. La parte superiore presenta nove finestre un po' più piccole delle otto sottostanti le quali sono contornate di pietra lavorata, cosi come la porta, fronte strada. A questa corrisponde, fronte giardino, pure l'unica porta centrale con scalinata e col ripetuto soprastante stemma. Posteriore appare l'aggiunta sulla parte destra della facciata, rimaneggiata alla fine del secolo scorso.

Nell'interno, di determinante interesse, è risultato lo studio dello stemma affrescato sulla cappa del camino rinascimentale: raffigura un gatto bianco rampante e una spada con impugnatura che l'attraversa, su fondo rosso. Esso trova riscontro nel sigillo usato da Antoniolo da Narni nel testamento da lui fatto in Montagnana il l0 febbraio 1497.

Non esistono dubbi che si tratta del medesimo casato del condottiero Erasmo da Narni (Gattamelata) che fin dagli anni quaranta aveva qui ottenuto case e terreni, mentre la moglie Jacopa da Leonessa aveva stabile dimora, con brolo e cortile, in contrà Platea a Foro, prospiciente la piazza. Donna di grande fascino e cultura Jacopa fu particolarmente legata alla nipote Caterina e quando nel 1466 morì lasciò ad essa metà di tutti i beni. Caterina, figlia naturale di Gianantonio unico figlio maschio di Erasmo e altrettanto famoso col soprannome di Gattolin Melato, moriva appena trentenne nel 1491 ed è la prima della famiglia Gatteschi.

Anche il già ricordato Antoniolo da Narni, cugino di Caterina, forse in ossequio alla grande ava Jacopa, prendeva il nome di Gattesco, dando inizio al casato, quale ramo cadetto del Gattamelata ( ciò evidenziato dalla traversale nello stemma). I Gatteschi furono uomini illustri: Abrà, rettore della città di Bologna, Giovanni prefetto di Grosseto, Pistoletto governatore di Tornai, Vincenzo e Cosimo poeti. Ampia e profonda documentazione viene fornita dall'abate Storni, di cui si avvalse nel secolo scorso anche il Foratti nella sua Storia. L 'albero genealogico dei Gatteschi è conservato presso l'Archivio Arcipretale di Montagnana.

Antonio Borin

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Dicembre 2008 23:05
 

Le casette addossate alla conta

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Più ancora del vallo, le mura e le arcate interne attirarono l’attenzione dei cittadini, ovviamente i più indigenti, che già in epoca antica chiesero e ottennero di ricavare un’abitazione o una bottega dalle torri. E in effetti, molte di queste hanno preso il nome dai loro inquilini. Ma anche gli spazi fra le fornici sembravano fatti apposta per appoggiarvi una baracca, una casupola più o meno provvisoria. Al tempo della dominazione carrarese e nel primo periodo veneziano il divieto di costruire era fatto rispettare con rigore: un incendio sotto i piedi, magari in pieno assedio, era un rischio che non si poteva assolutamente correre, e poi gli uomini dovevano avere spazio libero per accorrere alla difesa delle mura ed eseguire tutte le manovre indispensabili.

Più tardi, però, le cose cambiano: le autorità venete accettano che i cittadini utilizzino gli spazi per godere degli affitti, salvo poi ritirare la concessione, invocando le superiori ragioni di sicurezza. Questo tira e molla finisce per creare infiniti conflitti che coinvolgono anche le autorità locali.

Nel 1589 "…stante che li casoni di paglia appoggiati alle stesse (mura) apportano molti danni per il fuoco et altre cattive conseguenze e vergogne, perciò siino levati".

Qui ci può essere spazio per un’osservazione di carattere generale, e cioè come le mura definiscano uno spazio che distingue o almeno si sforza di distinguere, lo sporco dal pulito, cosa che al di fuori delle mura è quasi inesistente: il concetto di igiene, in un certo senso, nasce proprio all’interno delle città murate, dove esistono spazi specifici per ammucchiare ed eventualmente eliminare le immondizie. Gli Statuti cittadini prescrivevano, ad esempio, che i lavori ad alto tasso di inquinamento, fossero effettuati nei pressi delle mura cittadine più lontane dal centro.

Ultimo aggiornamento Giovedì 25 Dicembre 2008 23:01
 

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